sabato 29 marzo 2003

Guerra in Iraq - Non si contano più le vittime


Non si contano più le vittime civili. Adesso si spara su tutto ciò che si muove. Kamikaze a Najaf uccide 5 soldati americani. Tra accelerazioni e colpi di freno le truppe si interrogano. Si apre il problema siriano mentre altri soldati alleati cadono nelle mani della resistenza.

Adesso parlano i missili che colpiscono in maniera subdola e non più 'intelligente'. Si apre una nuova fase del conflitto, quella delle polemiche. La fisarmonica della linea angloamericana rispecchia la profonda spaccatura che si sta consumando ai vertici del Pentagono tra chi vorrebbe l'ennesima accelerazione per chiudere la partita al più presto e chi, sul campo, chiede di cambiare atteggiamento e sopratutto equipaggiamento.

In nottata si è parlato di pausa dell'avanzata ma la notizia viene subito smetita: "si tratta solo di definire lo spazio di battaglia, di definire il campo di battaglia, di consentire alle truppe di essere equipaggiate con tutto il necessario per la prossima fase della campagna", ha dichiarato alla Sky News il portavoce delle forze britanniche.

"Non la chiamerei necessariamente una pausa", ha puntualizzato. A Washington, un funzionario del Pentagono è stato ancor più perentorio. "Non c'è nulla che faccia pensare che abbiamo intenzione di starcene fermi per un periodo da quattro a sei giorni e di non fare nulla", ha affermato.

Insomma si avanza ma con maggiore timore rispetto ai primi giorni. Nella palude dell'Eufrate città come Bassora o Umm Qasr non sono ancora totalmente sotto il controllo americano.

La Cia cerca di penetrare dietro le linee nemiche. Agenti del servizio americano si sarebbero infiltrati in numerose città irachene con l'obiettivo di eliminare fisicamente i dirigenti maggiormente vicini a Saddam Hussein. Notizia di questo tipo rimabalzano dagli Usa (fonte Washington Post) mentre non si sa ancora se Saddam sia in grado di utilizzare armi proibite.

Gli Stati Uniti, poi, devono risolvere altri nodi. Quello siriano è il primo, se è vera la notizia di armi e uomini fatti transitare attraverso il confine con l'Iraq in aiuto del rais di Baghdad.

Il fronte si allarga e si allunga. Si aprono ampi varchi dentro i quali si annida la spinosa resistenza irachena. Un kamikaze si è lanciato a Najaf contro cinque soldati americani causando la morte di costoro. Intanto è stata smetita la notizia di altri soldati alleati fatti prigionieri nella notte di venerdì a Bassora nel corso di un'operazione di controffensiva.

A Najaf un kamikaze uccide quattro marines.

NAJAF (Iraq) - Quattro soldati americani sono morti a Najaf in un attentato compiuto da un kamikaze iracheno. In un primo momento sembrava che le vittime fossero cinque. Secondo alcune testimonianze, un taxi si è fermato a un posto di blocco americano lungo l'autostrada 9, a nord di Najaf. Il guidatore ha agitato le braccia per chiedere soccorso. Quando i soldati della prima brigata della terza divisione di fanteria si sono avvicinati, il taxi è esploso uccidendoli. Secondo al-Jazeera l'attacco suicida è stato portato a termine dai fedayn di Saddam.


Liberati i sette giornalisti italiani

"Ci hanno trattato molto bene, anche se la cosa che ci ha colpito di più è stata renderci conto che Bassora è una città in mano agli iracheni. Non abbiamo visto in giro l'ombra di un soldato americano o britannico".

Questa la testimonianza di Ezio Pasero, uno dei sette giornalisti italiani fermati ieri dagli iracheni a un posto di blocco alla periferia di Baghdad. Il racconto di Pasero getta un’ombra sul presunto controllo della città da parte delle truppe alleate.

Non più di una settimana fa il Comando militare americano in Qatar aveva annunciato una presa trionfale della seconda più importante città irachena.

Il gruppo di reporter è stato liberato nel corso della mattinata. L'inviato del Corriere della Sera Francesco Battistini è stato il primo a telefonato in redazione da Baghdad.

Gli inviati non hanno subito alcun maltrattamento, sono tutti in "ottime condizioni" e sono all'hotel Palestine a Baghdad, come ha riferito al vice direttore del Corriere Paolo Ermini. Battistini - ha riferito Ermini - parlava "con voce tranquilla e serena e ha detto che il loro trasferimento e' avvenuto nel corso della notte sotto la scorta di quattro militari iracheni armati". L’inviato chiamava a nome del gruppo.

Dal Corriere sono dunque  partite  le telefonate alle redazioni degli altri sei inviati, Ezio Pasero del Messaggero, Vittorio Dell'Uva del Mattino, Toni Fontana dell'Unita', Leonardo Maisano del Sole 24 Ore, Lorenzo Bianchi del gruppo Riffeser (Il Giorno, Il Resto del Carlino e Nazione), Luciano Gulli del Giornale.

Secondo quanto riferito dall’ambasciatore iracheno a Mosca, le autorita' di Baghdad non intendono espellere i sette giornalisti. Ha precisato, anzi, che intendono dare loro l'accredito affinche' restino a Baghdad a testimoniare la guerra mossa dagli angloaemricani contro l'Iraq.



articolo tratto da www.rai.it

venerdì 28 marzo 2003

Guerra in Iraq - Ancora strage al mercato di Baghdad


BAGHDAD --- Almeno 51 civili sarebbero stati uccisi e altrettanti sarebbero rimasti feriti a seguito di un raid anglo americano su Baghdad. Ad affermarlo è la televisione araba al Jazeera, che riporta la testimonianza di un medico che lavora in un ospedale vicino alla zona colpita.

Il dottor Hakki Ismail Marzooki, direttore dell'ospedale Al Noor, ha affermato infatti che intorno alle 18 (ora locale) c'è stato un violento attacco aereo al popoloso quartiere di al Shula. Secondo il medico non ci sarebbero obiettivi militari nel quartiere, pieno soltanto di "gente impegnata a comprare cose". A essere colpito, infatti, sarebbe stato ancora un mercato, che si trova a soli 200 metri dall'ospedale Al Noor. L'edificio è ora assediato da parenti e amici delle vittime. Nella mattina è stato colpito un altro quartiere residenziale, con un bilancio di otto o nove morti e una trentina di feriti.

ROMA --- I sette giornalisti italiani fermati dalla polizia irachena e poi condotti in albergo a Bassora sarebbero stati trasferiti a Baghdad. Lo ha detto il segretario nazionale della Fnsi, Paolo Serventi Longhi. I sette inviati sono sotto interrogatorio da parte di autorità irachene.

Da venerdì mattina i sette giornalisti non davano notizie, dopo essersi avventurati oltre la zona protetta dagli inglesi nei pressi di Bassora. La Farnesina è stata allertata e segue con la massima attenzione il caso. Assieme ai 7 giornalisti era presenta anche un collega di Studio Aperto che è riuscito a fuggire e che ha dato l'allarme. I 7 giornalisti italiani inviati nell'area di Bassora sono: Lorenzo Bianchi del gruppo Riffeser, Franco Battistini del "Corriere della sera", Toni Fontana dell'"Unità", Ezio Pasero del "Messaggero", Leonardo Maisano del "Sole 24 Ore", Vittorio dell'Uva del "Mattino" e Luciano Gulli del "Giornale".

articolo tratto da www.cnn.it

giovedì 27 marzo 2003

Guerra in Iraq - Tremenda battaglia a Najaf, oltre mille morti


BAGDAD - A Sud di Bagdad si è svolta una battaglia accanita tra forze alleate ed esercito iracheno. Gli scontri, molto violenti e prolungati, si sono svolti fra Karbala e An Najaf, 150 chilometri a sud della capitale. Secondo le prime cifre fornite dal Pentagono, l'attacco iracheno è stato respinto e sono state inflitte al nemico iracheno perdite fra i 300 ed i 500 uomini. Successivamente fonti ufficiali dell'esercito Usa hanno stimato in oltre mille uomini le perdite dell'esercito iracheno.
FORZE IN CAMPO - Nei combattimenti è stata impegnata una colonna corazzata statunitense, affrontata a est di An Najaf da una forza di fanteria irachena. Gli iracheni hanno attaccato il Settimo Cavalleria (un reparto di carri armati) con i razzi esplosivi, che hanno messo fuori uso un paio di mezzi, ma non hanno provocato vittime.
SCONTRO CRUENTO - «Loro hanno danneggiato un paio dei nostri pezzi - ha riferito un esponente del Pentagono - ma non risultano perdite da parte nostra. A quanto pare, invece, ci sono segnalazioni secondo cui noi potremmo averne uccisi un certo numero. Le valutazioni variano. Alcuni dicono fra i 200 ed i 300, altri 150, e altri ancora fino a 500». Se sarà confermato, il bilancio di vittime irachene sarebbe il più alto di una singola battaglia nei sei giorni della guerra. La zona intorno a Najaf, una città sacra per i musulmani sciiti, e alla vicina città di Karbala è stata teatro di diversi scontri con gli iracheni. In una battaglia combattuta domenica sono morti 70 iracheni.
Il Settimo Cavalleggeri è uno dei reggimenti dell'esercito americano impegnati nella marcia verso Bagdad. I soldati alleati più vicini alla capitale sono però i marines della Terza divisione, a soli 80 km da Bagdad: sulla loro strada c'è la divisione corazzata Medina. Secondo fonti del Pentagono citate dalle tv americane, la battaglia di An Najaf è «di gran lunga la più importante finora ingaggiata» dalle truppe alleate.
ARMA A ONDE ELETTROMAGNETICHE - Gli Stati Uniti hanno usato un’arma sperimentale ad onde elettromagnetiche nel tentativo di colpire la tv di stato irachena. La notizia è riportata dall’agenzia Dow Jones. A Baghdad ieri i due canali nazionali sono rimasti oscurati per circa 15-20 minuti e quando il segnale è tornato, appariva molto più debole, segno che alcune strutture erano state danneggiate dagli attacchi. Ufficiali statunitensi hanno spiegato che le strutture della televisione non sono state attaccate prima perché l’uso di armi convenzionali aumentava il rischio di danni ai civili.
A Bagdad, quando si avvicinava l'alba, sono ripresi massicci bombardamenti: testimoni hanno udito in città sette forti esplosioni. Fumo si poteva vedere innalzarsi da una zona dove si trovano il ministero dell'Informazione e la televisione.
AL QAEDA - Sul fronte Nord, si registra un bombardamento da parte delle forze americane a «un campo di Al Qaeda». Il campo «terrorista» è stato bombardato in nottata da aerei americani in missione di supporto aereo, ha annunciato ai giornalisti il capitano Brazelton, di ritorno a bordo della portaerei Roosevelt, che incrocia nel Mediterraneo orientale.

articolo tratto da www.corriere.it

mercoledì 26 marzo 2003

Guerra in Iraq - Strage al mercato di Baghdad


BAGHDAD - Missili su un mercato, e su alcune palazzine di un quartiere popolare di Bagdad. E' accaduto alle 11.30 ora locale, quando la capitale irachena aveva già subito numerose ondate di bombardamenti. Il ministero iracheno dell'Informazione ha parlato di "molte, molte vittime", i testimoni riferiscono di almeno 15 morti e 30 feriti. Le operazioni di soccorso procedono a fatica, fra le macerie fumanti, i bombardamenti che continuano incessanti, la tempesta di sabbia e la pioggia che sta cadendo sulla capitale.
Dei missili sul mercato e contro i palazzi, il Comando centrale statunitense per tutta la giornata non dà notizie. "Non sappiamo se gli ordigni fossero nostri" ha dichiarato il generale Vincent Brooks, durante una conferenza stampa presso il Comando centrale Usa nella base di As Salyiya, in Qatar. "Non possiamo dire che non c'entriamo - ha proseguito - anche se gli errori possono sempre capitare, semplicemente non ne sappiamo niente". Poi, in serata, il Pentagono specifica: l'aviazione aveva messo nel mirino nove siti missilistici terra-terra in un attacco intorno alle 11.00 (ora locale). "I missili e lanciamissili erano piazzati all'interno di zone residenziali di civili - dice il Comando centrale Usa - la maggior parte di missili era posizionato a meno di 90 metri dalle case. Stiamo lavorando ad un rapporto completo sull'accaduto". Poi, da Washington, il generale Stanley McChrystal rilancia: "Potrebbe essere stata l'antiaerea a colpire quei civili".
Sono le immagini a raccontare l'entità del raid, quelle trasmesse dalla tv araba Al Jazeera e dalla Bbc: corpi mutilati e carbonizzati, pozze di sangue, edifici devastati, la folla che alza i pugni al cielo e grida "Allah akbar" ("Dio è grande"). Il direttore della Difesa civile irachena, Hamad Al Dulaimi, ha detto che alcuni degli edifici colpiti ospitano, al piano terra, officine meccaniche e, ai piani superiori, appartamenti privati. Sul luogo si sta recando anche un medico del comitato internazionale della Croce rossa, e il delegato del comitato a Bagdad, Roland Benjamin, ha spiegato: "Non abbiamo ancora informazioni di prima mano, ma vogliamo vedere se i feriti possono essere trasportati subito negli ospedali, e se questi dispongono del materiale necessario".
Intanto si prepara la battaglia di terra per la conquista di Bagdad. E continua, incessante, la tempesta di sabbia: il cielo è a tratti arancione e la visibilità, compromessa anche dalla pioggia che ha iniziato a cadere sulla capitale irachena, non supera i 500 metri. L'aria è resa irrespirabile dal fumo del petrolio, sparso e incendiato lungo le trincee dalla Guardia Repubblicana. Poche decine di chilometri separano la testa delle truppe dalla capitale, ma una fonte del Comando centrale in Qatar informa che il regime iracheno ha minato i ponti di accesso a Bagdad e intensificato il ricorso a "tattiche terroristiche".
Avanza anche il Settimo cavalleggeri delle forze armate Usa: è a un passo dalla "cintura" difensiva della Guardia Repubblicana, ma anche dalla temuta guerra "casa per casa". Si attendono rinforzi da sud, gli stessi che hanno ripreso l'avanzata da Nassiriya, sull'Eufrate, dove le truppe alleate sono state impegnate in sanguinosi combattimenti.
Ma fin dall'alba di oggi gli aerei di Usa e Gb hanno bombardato diverse zone di Bagdad, in particolare la parte meridionale della città, dove sono risuonate decine di esplosioni con nel mirino cinque divisioni della Guardia repubblicana schhierate a difesa della capitale. Bombe alleate anche nel centro, colpito il ministero dell'informazione. Attaccate, nella notte, le "aree del potere" di Saddam. Da una parte il centro della comunicazione del raìs, da dove sono partite le immagini dei morti e dei prigionieri Usa; dall'altra (il fianco meridionale della capitale) i capisaldi dov'è asserragliata la Guardia Repubblicana.
Colpita anche la televisione satellitare irachena: solo dopo qualche è tornata a trasmettere, mandando in onda canzoni patriottiche. La tv di Stato, che ieri sera ha interrotto i programmi per 45 minuti dopo i bombardamenti che avevano centrato i ripetitori, alle 9 ha ripreso le trasmissioni con una lettura del Corano. Il Pentagono ha confermato che i bersagli dell'attacco nel cuore di Bagdad erano i centri di comunicazione. "Abbiamo colpito la principale stazione televisiva - dicono fonti della Difesa Usa - così come un complesso sotterraneo per telecomunicazioni e il centro per comunicazioni satellitari di Bagdad".

articolo tratto da repubblica.it

martedì 25 marzo 2003

Guerra in Iraq - Emergenza umanitaria a Bassora


Da quattro giorni a Bassora manca l'elettricità e le scorte di acqua potabile sono ridotte al minimo.
In una città che ospita quasi due milioni di abitanti, l'assenza di questi due elementi può in poco tempo diventare drammatica e pericolosa anche dal punto di vista sanitario.
Il grido di allarme per un possibile disastro umanitario è stato lanciato dalla croce rossa internazionale, dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan e anche dal presidente russo Vladimir Putin. Per Annan, Bassora "rischia il disastro umanitario" ed è urgente far ripartire le operazioni del programma umanitario petrolio in cambio di cibo da cui il 60 per cento degli iracheni dipende per le razioni umanitarie di base.

Annan ha sottolineato anche che dalle notizie avute da funzionari Onu e secondo "un rapporto della croce rossa internazionale la gente a Bassora sta fronteggiando un disastro umanitario". Anche per il comitato internazionale della croce rossa (Cicr) operare in Iraq diventa sempre più difficile; i suoi delegati hanno crescenti difficoltà a muoversi e a Bassora la situazione è "estremamente critica, sul fronte dell'approvvigionamento di acqua in particolare", secondo quanto riferito oggi a Ginevra al quartiere generale della croce rossa.
Annan ha sottolineato di comprendere "l'esasperazione" di alcuni leader iracheni e di gran parte della popolazione ora che in Iraq c'è la guerra e ha precisato: "Non abbiamo, né io ho in prima persona, alcuna intenzione di diventare un alto commissario colonizzatore" dell'Iraq.
Intanto uno specialista in ingegneria idraulica della croce rossa è arrivato la notte scorsa Bassora e sta lavorando con i tecnici locali per cercare di ripristinare l'erogazione dell'acqua potabile ed allontanare così la minaccia di una imponente crisi umanitaria che grava sui 1.200.000 abitanti della città, ha riferito una portavoce dell'organizzazione.
Come rilevato dall'Unicef (fondo Onu per l'infanzia), i danni provocati dall'interruzione delle forniture idriche e di quelli alla rete fognaria di Bassora espongono 100 mila bambini sotto i 5 anni a rischio di contrarre il colera, la febbre tifoidea o la diarrea che sono già tra le cause prime di mortalità infantile in Iraq.


TEMPESTA DI SABBIA SULLA SESTA GIORNATA DI GUERRA
Le condizioni metereologiche stanno complicando l'avanzata militare dei marines Usa, che marciano dal sud verso Baghdad. Una violenta tempesta di sabbia si è infatti abbattuta sul paese: "Il vento si è rafforzato e la visibilità stamane è scesa a circa 500m", ha riferito un reporter al seguito della III Divisione di Fanteria che si trova vicino a Najaf, circa 160km a sud della capitale irachena. Il vento, che soffia a 70/90kim all'ora, ha impedito il decollo agli elecotteri al seguito della 101a divisone.

USA SODDISFATTI MA "IL PEGGIO DEVE ANCORA ARRIVARE"
"ENTRO LA GIORNATA DI OGGI ACCERCHIEREMO LA CAPITALE"
Il portavoce delle forze britanniche nella base di As Sayliyah in Qatar, capitano Lockwood, ha riferito che il comando centrale 'è estremamente soddisfatto' dell'andamento delle operazioni. "Le immagini tv della prima linea tendono a dare "l'impressione sbagliata" che l'attacco all'Iraq stia incontrando forti difficoltà" ha aggiunto il capitano. "Entro oggi - ha riferito una fonte della difesa britannica che ha chiesto l'anonimato - le forze anglo-americane prederanno posizione intorno a Baghdad e attenderanno l'arrivo dei rinfozi". "Il peggio deve ancora venire - ha dichiarato all'emittente Abc il generale Richard Meyers, capo di Stato maggiore congiunto statunitense -. E noi siamo pronti".

L'IRAQ AMMETTE L'AVANZATA NEMICA NEL CENTRO DEL PAESE
Il governo iracheno ha ammesso oggi per la prima volta che le forze anglomaericane stanno avanzando nel centro del paese. Il generale Hazem Raui, portavoce dell'Aviazione irachena, ha spiegato nel corso di una conferenza stampa che gli alleati procedono lungo il "tratto centrale del corso del fiume Eufrate" e che "assediano alcune città". "Una battaglia feroce è in corso per fermare l'avanzata del nemico e abbiamo moltissime truppe di rinforzo", ha assicurato Raui. Secondo il ministro, le tribù del sud, per la maggior parte sciite, combatto al fianco dell'esercito per resistere all'invasione. Il ministro dell'informazione iracheno ha comunque detto che nelle ultime 24 ore le forze irachene hanno abbattuto tre elicotteri, distrutto 30 veicoli nemici tra cui carri armati, e hanno ucciso otto soldati nemici.

BOMBE SU BAGHDAD NELLA NOTTE PER COLPIRE LA GUARDIA REPUBBLICANA
Nonostante le intense colonne di fumo che si innalzano nel cielo dalle trincee colme di petrolio incendiato attorno alla città, per tutta la notte gli aerei e gli elicotteri della coalizione hanno continuato a bombardare Baghdad nel tentativo di spianare la strada alle truppe di terra. Il fuoco della contraerea ha illuminato a più riprese i cieli sopra la capitale e si sono sentite almeno cinque diverse ondate di bombardamenti nel corso della notte. Secondo quanto dichiarato dal Pentagono obiettivo dei bombardamenti delle ultime 36 ore sono principalmente le postazioni della guardia repubblicana, poste a difesa di Baghdad. Poco prima delle 9 ora italiana le sirene di allarme antiaereo sono tornate a risuonare a Baghdad.

IL BILANCIO DELLE VITTIME FATTO DAGLI IRACHENI: 252 MORTI TRA I CIVILI
Per il governo di Bagdad le vittime tra i civili sono 252, di cui 194 a Bagdad. Sono le prime cifre ufficiali diramate dal governo iracheno al sesto giorno di guerra. Non si conosce però il numero delle vittime tra i militari. Tra le truppe anglo-americane, le vittime sono 37 (20 americane e 17 britanniche). A queste si aggiungono tre giornalisti. Fonti militari hanno rivelato che un secondo soldato britannico è rimasto ucciso in azione la notte scorsa in Iraq vicino alla città di Al Zubayr, nel sud dell'Iraq. Sale invece a sei il numero di funzionari del partito Baath uccisi in battaglia, nella provincia meridionale di Dhi Qar. Lo ha reso noto in mattinata la tv irachena. Un altro esponente di Baath, è stato fatto prigioniero dalle forze britanniche ad al Zubair.

"LINEA ROSSA" INTORNO A BAGHDAD
A difesa della capitale il regime iracheno avrebbe tracciato una sorta di "linea rossa" - fra Karbala e Al Kut - ed avrebbe autorizzato le guardie repubblicane ad usare armi chimiche appena le forze angloamericane la oltrepasseranno. lo affermano fonti dei servizi americani d'intelligence, citate dalle reti televisive Cnn, Nbc e Cbs, basate su intercettazioni delle comunicazioni irachene. Il Pentagono non conferma. La Cnn nota intanto che il fatto che l'uso di armi chimiche sia stato apparentemente autorizzato, non significa che verranno certamente usate.

MARINES INGLESI A PROTEZIONE DEL CONFINE CON L'IRAN
Centinaia di royal marine delle forze britanniche sono schierati nell'Iraq sud orientale, presso il confine con l'Iran. Lo riferisce la Bbc, aggiungendo che probabilmente le forze angloamericane intendono evitare che Teheran approfitti dell'indebolimento del regime iracheno.

LE TRUPPE USA PASSANO L'EUFRATE A NASSIRIYA
I marines americani hanno passato l'Eufrate a Nassiriya, nel sud dell'Iraq (350km da Baghdad) e avanzano verso nord. Lo ha reso noto un gionalista della Reuters al seguito delle truppe Usa. Per evitare di essere attaccati dalle truppe irachene i militari Usa hanno attraversato la città percorrendo strade lungo un "corridoio" protettivo fatto dai mezzi corazzati americani, e ha attraversato prima il fiume, poi il canale. Un reporter della France Press al seguito delle truppe ha contato circa 100 morti iracheni abbandonati ai lati della strada. Impossibile - riferito - distinguere tra civili e militari.

L'ESERCITO BRITANNICO: UMM QASR E' ADESSO CITTA' "SICURA E APERTA"
La città di Umm qasr è adesso "sicura e aperta" ha dichiarato all’emittente televisiva satellitare Sky news un comandante delle truppe britanniche nel Golfo. Il comandate si è augurato che il primo invio di aiuti umanitari via mare possa avvenire entro le prossime 48 ore. Giornalisti al seguito di un convoglio umanitario della Mezza luna rossa riferiscono però che le due ambulanze e i dieci camion carichi di prodotti alimentari che compongono la spedizione diretta a Umm qasr sono state bloccate dalle truppe alleate prima di superare il confine in kuwait perché la situazione è ancora pericolosa.

BASSORA, GLI ANGLO-AMERICANI POTREBBERO ENTRARE IN CITTA'
Le truppe anglo-americane potrebbero entrare a Bassora. La strategia degli alleati nei confronti della città irachena sta cambiando e forse sarà necessario l'intervento militare per entrare in città e sconfiggere i miliziani che resistono all'interno. "Ci sono gruppi di fedayn all'interno della città - ha detto il portavoce delle forze britanniche nel Golfo Al Lockwood - che stanno terrorizzando la popolazione. Sono pochi come numero, ma forse avremo bisogno di entrare ed affrontarli". Un corrispondente di Al Jazeera ha riferito che ieri sera bombe a frammentazione sono state lanciate dagli angloamericani su un quartiere residenziale di Bassora.



articolo tratto da www.rai.it

lunedì 24 marzo 2003

Guerra in Iraq - Violenti scontri a Nassiriya


NASSIRIYA (Iraq del sud) - Le forze anglo-americane, mentre proseguono pesantissimi bombardamenti su Bagdad, sono state costrette a segnare il passo nelle paludi di Nassiriya, centro strategico bagnato dall'Eufrate, nell'Iraq meridionale. Le forze alleate hanno subito perdite, e i corpi dei soldati uccisi e di altri fatti prigionieri, sono stati mostrati in tv da Al Jazira.«Siamo bloccati, non possiamo andare avanti per motivi di sicurezza, a causa della resistenza» , ha riferito l'inviato dell'agenzia Reuters Sean Maguire che si trova assieme alle truppe di terra.
Anche più a nord di Nassiriya, a Najaf, a circa 160 chilometri da Bagdad, sono in corso aspri combattimenti.
DUE INGLESI DISPERSI - E durante la notte un'altra notizia di perdite tra gli alleati: «Possiamo confermare che due soldati sono considerati dispersi in seguito a un attacco contro veicoli britannici nell'Iraq meridionale», ha detto una fonte britannica dal Comando centrale in Qatar, che sta guidando le operazioni anglo-americane in Iraq. Il ministero della Difesa a Londra ha detto che i due sono scomparsi ieri, ma ha rifiutato di fornire dettagli sull'attacco o sull'identità dei soldati. Ieri due piloti della Royal Air Force sono stati uccisi quando il loro Tornado è stato abbattuto da truppe
Usa in un episodio di cosiddetto "fuoco amico" mentre rientravano alla base vicino al confine col Kuwait. Tra venerdì e sabato 14 soldati britannici sono morti in scontri tra elicotteri.

CARRI E UOMINI - Il ministro della difesa iracheno Sultan Hachem Ahmed ha detto che nel sud del paese l'esercito iracheno ha distrutto dieci carri armati e 20 blindati per il trasporto di truppe. Un comunicato militare iracheno pubblicato a Baghdad parla invece di venticinque soldati americani e britannici uccisi nei combattimenti a Nassiriya, nel sud dell'Iraq.

ESPLOSIONI A MOSSUL - Si combatte anche sul fronte Nord. Una nuova ondata di esplosioni e il fuoco antiaereo sono stati visti in serata a Mossul. Fonti irachene affermano che due elicotteri statunitensi sono stati abbattuti intorno alla città. La tv irachena ha successivamente specificato che uno dei due elicotteri abbattuti sarebbe stato colpito a Zumar, nei pressi di Mosul, e i quindici paracadutisti che si trovavano a bordo sono stati catturati dalle truppe irachene. Un altro elicottero, invece, è stato colpito a Mosul e decine di paracadutisti sarebbero rimasti uccisi, mentre un numero imprecisato di pará catturato.

BAGDAD - Su Bagdad le incursioni aeree sono proseguite praticamente senza sosta per tutta la giornata e i raid si sono intensificati dopo il tramonto. Testimoni hanno udito forti esplosioni. Una forte deflagrazione si è levata dal complesso presidenziale conosciuto come «Palazzo Vecchio». Secondo il corrispondente del canale satellitare Al-Jazeera, è stata provocata da un missile lanciata da un aereo che volava a bassa quota.

BASSORA E UMM QASR - Bassora, data per conquistata già da sabato sera, in realtà non è invece controllata dagli alleati. Le truppe del 7mo Reggimento corazzato britannico si sono piazzate a sud e ovest di Bassora e «attendono una resa». Lo ha detto il colonnello Ronnie McCourt, uno dei portavoce del comando britannico nella base di As Sayliyah (Qatar). «Cerchiamo sempre di ottenere una resa senza eccessivo spargimento di sangue e che meno persone possibile si facciano del male - ha detto McCourt - ed è anche per questo che continuiamo a spargere volantini sull'area per indurre i militari ad arrendersi».

IL GIALLO SULLA RESA DELLA 51ESIMA DIVISIONE - A creare ulteriori dubbi sul reale svolgimento dell'azione militare in Iraq è stato il comandante della 51esima divisione irachena,generale Khaled al Hahsemi - dato da fonti Usa per arreso insieme ai suoi uomini già venerdì - che ha affermato in una intervista alla tv araba Al Jazira, che i suoi uomini «sono a Bassora a difendere la città». Il generale Hashemi ha detto che la sua divisione «ha avuto delle perdite. Ma questo - ha spiegato - fa parte dello svolgimento del nostro dovere nazionale». Parlando in tv, con attorno i suoi soldati, la divisa in ordine, senza armi in vista, il generale ha quindi affermato che la sua divisione ha catturato «dei soldati nemici, ma non nella zona di cui sono responsabile».

IL SOLDATO USA CHE HA COLPITO I SUOI ERA GIA' STATO PUNITO - Il soldato americano di colore che ha lanciato tre granate contro le tende del comando del suo reparto era stato punito per insubordinazione e gli era stato comunicato che sarebbe restato indietro quando la sua unità avrebbe lasciato Camp Pennsylvania per entrare in Iraq. Lo ha detto alla Cnn il giornalista di «Time» Jim Lacey.

domenica 23 marzo 2003

Guerra in Iraq - Le prime forti perdite alleate


Prigionieri USA catturati e mostrati in tv.
Sono in cinque. Quattro uomini e una donna. Uno di loro viene dal Kansas, un altro dal New Jersey, tre dal Texas. Bagdad dice di averli catturati appena scesi da un elicottero nei pressi di Al Chibaich, una città del sud del paese. Hanno i volti impauriti. E ferite al volto, alle gambe, al torace. Rispondono meccanicamente alle domande pressanti degli intervistatori della tv.
Le immagini choc dei primi americani caduti in mano irachena arrivano dalla tv satellitare Al Jazeera. Che ha ripreso quelle trasmesse dalla tv di Bagdad. Poche ora prima il vicepresidente iracheno Taha Yassin Ramadan aveva annunciato la cattura di alcuni soldati alleati, annunciando che sarebbero stati "mostrati presto in televisione". E così è stato. Quattro dei cinque militari catturati sono ripresi seduti, alcuni con ferite al volto o fasciature alle braccia e alle gambe. Uno invece è sdraiato su un lettino, la mano sul fianco, il viso sanguinante. Complessivamente, però, non sembrano in gravi condizioni. Le telecamere li riprendono in primo piano, soffermandosi sui particolari solo per mostrare fasciature e ferite. Una voce fuori campo - ma si intravede più volte un microfono della tv irachena - li interroga con tono duro. Per esempio chiede: "Allora, il popolo iracheno vi ha ricevuto con i fiori o con i kalashnikov?". "Scusi, non capisco", risponde uno dei prigionieri. Ad un altro viene chiesto: "Perchè sei venuto in Iraq". E lui risponde: "me lo hanno ordinato". Tutti comunque appaiono visibilmente spaventati. Uno in particolare, che dice di chiamarsi James Reily, trema.
In precedenza la tv del Qatar aveva rilanciato altre immagini, altrettanto drammatiche, nelle quali venivano mostrati i cadaveri di almeno dieci militari americani caduti in battaglia. Il Pentagono, però, parla di 10 militari "tra prigionieri e morti". E dunque conferma, oltre ai cinque catturati e mostrati in tv, l'uccisione di soli 5 soldati.
Sono immagini che fanno parte della "propaganda irachena", commenta il ministro della Difesa Usa Donald Rumsfeld, secondo il quale mostrare i prigionieri in tv è una "violazione della convenzione di Ginevra". Il capo del Pentagono è sembrato molto contrariato per la diffusione sui media statunitensi del video di Al Jazeera. "E' inopportuno che i network trasmettano quelle immagini", ha detto, chiedendo poi al regime di Bagdad di "trattare bene gli uomini catturati, come noi facciamo con i loro prigionieri". Dalla parte opposta l'Iraq ha assicurato che con gli uomini e le donne catturate adotterà un comportamento in linea con il diritto internazionale. "Tratteremo i prigionieri - dice il ministro della difesa Sultan Hachem Ahmed - secondo la convenzione di Ginevra".
Poco più tardi è il presidente Bush in prima persona che torna sull'agomento e chiede all'Iraq di trattare bene i soldati degli Stati Uniti fatti prigionieri. "Mi aspetto - ha detto Bush rientrando alla Casa Bianca dal week-end - che ricevano un trattamento umano".

Tornado inglese abbattuto da missili USA.
Si chiama "fuoco amico". Ma dietro questa definizione apparentemente neutra si nasconde un elemento presente in tutte le guerre, anche quelle annunciate come chirurgiche e iper-tecnologiche: l'errore che finisce per provocare vittime nel proprio fronte. Accadde tante volte dodici anni fa, nel primo conflitto del Golfo; accade ancora oggi, in questi primi quattro giorni di attacco all'Iraq.
Gli ultimi due episodi si sono verificati nelle ultime 24 ore. Il più grave è la scomparsa di un velivolo britannico, un Tornado, in missione nell'area: il comando alleato, dopo molte ore di silenzio, ha ammesso che l'apparecchio è stato abbattuto, per sbaglio, da un missile Patriot americano, vicino al confine col Kuwait. Non è chiaro quanti militari ci fossero sul Tornado, un aereo che di solito ha un equipaggio composto da una o due persone. I vertici britannici hanno accolto la notizia con rassegnazione: "Sono i rischi della guerra", si sono limitati a commentare.

Forti perdite alleate a Nassiriya.
Avanzano, le truppe di terra anglo-americane dirette verso il cuore dell'Iraq. Ma a Najaf, sulla strada verso la capitale, e a sud nel porto di Umm Qasr, ci sono scontri e sacche di resistenza così come a Nassiriya dove le forze americane avrebbero subito perdite "significative" e almeno cinque prigionieri mentre, a detta del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, ci sarebbero "meno di dieci soldati americani dispersi" nel sud del Paese. Intanto, sempre oggi, aerei B52, col loro carico di bombe, sono partiti dalle loro basi, pronti a colpire ancora una Bagdad in cui, già in mattinata e nel primo pomeriggio ci sono state forti esplosioni.
Battaglia a Nassiriya - E anche nell'altro centro urbano raggiunto ieri dagli alleati, Nassiriya, la battaglia infuria. Secondo i giornalisti e fonti americane i marines avrebbero subito "perdite significative". Secondo AbcNews 11 marines sarebbero stati fatti prigionieri e una cinquantina feriti colpiti dall'artiglieria irachena sul mezzo sul quale stavano viaggiando. Invece, secondo Al Jazeera, sarebbero decine i morti fra i marines mentre Cnn riferisce che un mezzo anfibio americano è stato colpito da un razzo e ci sarebbero una decina di morti. La Tv di Stato irachena, intanto, ha mostrato le immagini di 5 soldati americani, fra cui una donna, prigionieri degli iracheni e il Pentagono ammette che cinque marines sono stati uccisi e 5 fatti prigionieri. Mentre, secondo fonti irachene, ci sono 25 soldati morti americani e britannici.

In marcia verso la capitale. Le forze della coalizione, incolonnate in un convoglio lungo 4 chilometri e mezzo, hanno già superato l'Eufrate e avanzano verso nord. Il cammino è ostacolato dalla resistenza, che ha impegnato gli alleati in scontri durissimi a Najaf, 160 chilometri a sud di Bagdad. Sono intervenuti gli elicotteri Apache, per consentire alla colonna corazzata di riprendere il cammino. Il Pentagono ha detto che la marcia verso la capitale è ormai a metà strada.

Battaglia a Umm Qasr. La difesa irachena ha messo ancora in difficoltà i marines americani a Umm Qasr, la città della penisola di Faw, dove sono in corso combattimenti. Lo ha dichiarato la tv Al Jazeera. Gli scontri a fuoco, i più intensi da quando le forze americane hanno detto di aver assunto il controllo della città meridionale, sono durati una mezz'ora. La televisione ha mandato in onda le immagini dei soldati Usa commentandole come "un tentativo di riconquista" del porto da parte delle forze irachene. Il porto, ricordiamolo, si trova su un canale che ha lo sbocco sul Golfo ed è considerato un punto strategico. Alla fine è stato necessario l'intervento prolungato della forza aerea e dei carri armati della coalizione per venire a capo della resistenza. Dopo due incursioni degli aerei d'attacco britannici Harrier, che hanno sganciato devastanti bombe da 500 libbre, sono stati visti i combattenti iracheni agitare le bandiere bianche in segno di resa. Dopo il calare delle tenebre rimaneva solo un'ultima sacca di resistenza, per neutralizzare la quale gli americani hanno continuato a sparare con le mitragliatrici, con i mortai e con altri pezzi di artiglieria.

Incognite a Bassora. La prima città "non è ancora sicura": lo ha ammesso oggi, dal Qatar, il comando delle operazioni. Spiegando che all'interno non tutto è tranquillo, e che i soldati inglesi e americani sono fermi alle porte. Secondo il ministero dell'Informazione iracheno, a Bassora finora ci sono stati, tra i civili, 77 morti e 366 feriti. Tra loro, come confermano le autorità di Mosca, un giornalista russo inviato in Iraq, vittima dei bombardamenti di ieri.

Bagdad senza pace. Dopo essere stata ancora una volta colpita in piena notte (a intermittenza e non a tappeto), e dopo aver poi vissuto una breve pausa di qualche ora, a giorno ormai fatto Bagdad è ritornata sotto bombardamento alleato. Erano circa le 9 del mattino locali, le 7 in Italia, quando sono risuonate le prime esplosioni. Alcune in centro, parecchie altre alla periferia. Nuova ondata di fortissime esplosioni, questa volta nella zona ovest, si sono udite nel primo pomeriggio. E la sirena è nuovamente risuonata nel tardo pomeriggio accompagnata da un violento fuoco di sbarramnento della contraerea. Un missile ha colpito un obbiettivo al momento sconosciuto sulla riva est del Tigri. In mattinata era satta bombardata anche Tikrit, la città natale di Saddam; colpito anche il suo palazzo. I morti sarebbero quattro.

Raid in Kurdistan. L'aeronautica statunitense ha nuovamente attaccato nella notte le posizioni della milizia integralista Ansar Al Islam, sospettata di legami con Al Qaeda, nel Kurdistan iracheno. A quanto si appreso sarebbero state sganciate almeno quattro bombe.

articolo tratto da repubblica.it

sabato 22 marzo 2003

Guerra in Iraq - Baghdad sotto un continuo bombardamento


Baghdad è sotto una pioggia di missili e bombe da questa mattina. Una serie di esplosioni nel pomeriggio e da diversi punti della capitale irachena si sono alzate nuvole di fumo verso il cielo. «Ci sono sei colonne di denso fumo nero che si levano da sei diverse posizioni bombardate, ha riferito l'inviato della Reuters Nadim Ladki. «Tre - ha precisato - sono a sud della città e tre a est». Due esplosioni si sono verificate in un quartiere a sud di Baghdad, dove si trova il sito militare di Al-Rachid. I bombardamenti sono avvenuti poco dopo le 15,30 ora locale, le 13,30 in Italia. Al momento sono visibili nella capitale sette dense colonne di fumo.


BASSORA E' CADUTA. Le forze anglo-americane sarebbero riuscite a prendere il controllo di Bassora, occupando un aeroporto e un ponte, dopo aver battuto la resistenza irachena. Lo ha annunciato la tv inglese Bbc, citando fonti militari. La città era sotto assedio da ieri e i bombardamenti avevano provocato cinquanta morti tra i civili.

PRESA ANCHE NASSIRIJA. I soldati Usa avrebbero assunto il controllo di un ponte sull'Eufrate, a ovest di Nassiriya. «Abbiamo istituito posti di controllo su entrambi i lati», ha detto un ufficiale. Nonostante l'annuncio diffuso in Qatar, gli inviati al seguito delle truppe americane segnalano che nella zona non si è spenta l'eco delle esplosioni.

MIGLIAIA DI PRIGIONIERI TRA GLI IRACHENI, MORTI CINQUE STUDENTI GIORDANI. Il capo di Stato maggiore britannico Michael Boyce ha detto che diverse migliaia di iracheni sono stati fatti prigionieri dalle forze alleate. Cinque persone sono rimaste uccise oggi a circa 150 chilometri ad Ovest di Mosul, con ogni probabilità dal fuoco delle forze alleate nella zona, nel Nord dell'Iraq sotto il controllo di Baghdad. Lo ha riferito l'emittente televisiva araba al Jazeera, secondo cui le vittime erano a bordo di un auto e si stavano dirigendo verso il vicino confine con la Siria. In base alle prime informazioni, a parte l'autista iracheno, le vittime sono studenti giordani che cercavano di lasciare il Paese. La città di Mosul ieri sera e oggi è stata colpita da raid aerei alleati.

SACCHE DI RESISTENZA A UMM QASR - I Marine statunitensi stanno ancora fronteggiando sacche di resistenza attorno al porto vecchio di Umm Qasr. Lo hanno ammesso gli stessi militari Usa, il giorno dopo che Washington aveva reso noto che le truppe alleate avevano preso il controllo del cruciale porto al sud dell'Iraq, situato quasi al confine del Kuwait. «La gran parte della resistenza è stata eliminata o è sul punto di esserlo», ha detto il colonnello Thomas Waldhauser, commandante del 15* Corpo di spedizione dei Marine; ma «ci sono sono ancora sacche di resistenza». Secondo l'ufficiale dei Marine, gli americani e i britannici hanno catturato anche circa 400-450 soldati che combattevano da ieri nella penisola di Fa

BOMBARDATA MOSUL, COMMANDO A KIRKUK - La città di Mosul, nel nord, ieri sera è stata colpita da raid aerei. Forze speciali americane sono segnalate in azione nella zona di Kirkuk, la capitale petrolifera dell'Iraq.

articolo tratto da lastampa.it

venerdì 21 marzo 2003

Guerra in Iraq - L'attacco di terra


Precipita elicottero americano, 12 morti tra americani e britannici.
Dopo 24 ore, ecco le prime vittime alleate della Seconda Guerra del Golfo. Un elicottero Statunitense con a bordo otto militari inglesi e quattro americani è precipitato durante le operazioni di invasione. Erano le 3.40 del mattino in Iraq (l'1.40 in Italia), a nove miglia a sud del confine tra Iraq e Kuwait.
Tutte concordi le pur scarse fonti sulla mancanza di superstiti. Il velivolo, un CH-46 Sea Knight di fabbricazione americana, solitamente adibito al trasporto di mezzi e truppe, è precipitato per cause ancora sconosciute. Si ignora, al momento, se il fuoco nemico - peraltro sporadico - abbia infliuto o meno sull'incidente.
È, questo, il terzo incidente di questo tipo occorso a un elicottero dall'inizio delle operazioni belliche, ma il primo con vittime. Altri due velivoli simili erano stati costretti a un atterraggio d'emergenza in questi giorni: uno è stato distrutto perché non venisse catturato dagli iracheni, l'altro è rientrato, pur con qualche difficoltà, alla base.

Al via l'attacco di terra.
Le truppe di terra della coalizione stanno procedendo praticamente incontrastate attraverso il deserto nel sud dell'Iraq, alla volta della capitale Baghdad. Passato il confine tra Kuwait ed Iraq, le truppe americane e britanniche sono lanciate in una corsa verso Bassora e poi Baghdad durante la quale incontrano pochissima o nessuna resistenza. Uno scontro significativo è stato segnalato 30-45 minuti dopo l'attraversamento del confine. Ventimila uomini della 3a divisione di fanteria americana hanno superato il confine del Kuwait entrando in territorio iracheno.
L'ingresso in territorio iracheno è avvenuto attraverso otto punti dopo che nella notte sono sminati i campi lungo il confine. Per il resto, i carri armati del Settimo Cavalleria avanzano in un largo ventaglio a circa 40 chilometri l'ora, secondo quanto riferisce la Cnn. Con la Terza divisione si sarebbero mossi circa 10.000 veicoli armati (fra carri armati, jeep e altri veicoli). Un esercito vero e proprio che nel deserto finora non starebbe trovando ostacoli. La corsa dei reparti meccanizzati americani dura da oltre 5 ore e potrebbe aver portato le forze americane e britanniche fino a oltre 200 chilometri dentro il confine nel sud dell'Iraq.

Primo marine caduto in battaglia.
Un marine americano è stato ucciso in un combattimento in Iraq. Lo ha detto la Cnn. E poi il corpo dei marine ha confermato la notizia.
Il soldato - ha detto un portavoce militare britannico, il Colonnello Neal Peckham, faceva parte del primo corpo di spedizione dei marine impegnato nell'offensiva di terra in Iraq.
E' il primo soldato della coalizione anti irachena guidata dagli Usa a cadere in combattimento dall'inizio della guerra.
Altri 12 soldati, otto britannici e quattro americani, sono morti quando l'elicottero su cui viaggiavano è precipitato nel deserto del Kuwait settentrionale, nelle prime ore di oggi. Il Pentagono ha detto che si è trattato di un incidente e che non ci sono prove che l'elicottero sia stato colpito da fuoco ostile.


articolo tratto da www.rai.it

giovedì 20 marzo 2003

Guerra in Iraq - I primi attacchi


BAGHDAD - Alle 3,33 ora italiana è cominciato l'attacco all'Iraq. Dopo la scadenza dell'ultimatum, alle 2 di notte, il presidente Bush ha firmato i piani operativi. A quel punto tempi e modi dell'offensiva sono passati nelle mani dei militari. Dal Pentagono filtravano ipotesi di un attacco non immediato ma entro 24-48 ore dalla scadenza dell'ultimatum. Invece le bombe su Bagdad sono cominciate a cadere un'ora e mezza dopo la scadenza dell'ultimatum, quando era quasi l'alba.

MISSILI PER SADDAM - L'attacco in effetti non era pianificato per questa notte a causa delle condizioni sfavorevoli, tanto che lo staff di Bush aveva già lasciato la Casa Bianca, mentre il presidente stava per andare a cena con la moglie. Ma improvvisamente, sulla base di informazioni dei servizi segreti che avevano localizzato Saddam Hussein in una zona precisa di Bagdad, i responsabili militari hanno deciso un blitz mirato.
Il primo attacco è stato effettuato non da aerei ma con missili Cruise lanciati dalle navi nel Golfo, anche se dopo le prime esplosioni la contraerea irachena è entrata in azione. L'obbiettivo era proprio Saddam Hussein e un gruppo di uomini del regime che, secondo le informazioni dell'intelligence, erano riuniti in un edificio di Bagdad. Un grande incendio è stato avvistato nella zona a sudovest di Bagdad.

ALTRI ATTACCHI - Un secondo attacco, questa volta a opera di cacciabombardieri F117, è scattato alle 4 ora italiana. I bombardamenti sono concentrati nella zona Est della città. Alcune fonti riferiscono che sarebbero già in azione nella capitale irachena anche forze speciali e commando. L'obbiettivo delle prime azioni sembrano mirate a colpire direttamente il leader iracheno. Lo stesso Bush nel suo discorso ha parlato di obbiettivi selezionati. La strategia pare orientata a colpire il più presto possibile Saddam Hussein e il vertice del regime. Altre incursioni aeree non massicce si sono ripetute a intervalli di pochi minuti. Il primo bilancio ufficioso delle vittime, diffuso dal primo canale della tv russa, parla di 10 morti a Badgad.

DUE MISSILI IRACHENI IN KUWAIT - Due missili iracheni sono caduti sul Kuwait. Lo ha detto una fonte della sicurezza dell'Emirato.

IL FIGLIO DI SADDAM CHIAMA I MILIZIANI AL MARTIRIO - Uday Hussein, figlio maggiore del presidente iracheno, ha chiamato oggi i suoi miliziani, i feddayn di Saddam, a prepararsi al «martirio» nella guerra contro gli americani.

articolo tratto da corriere.it

giovedì 13 marzo 2003

Italia Nostra contro il Ponte sullo Stretto di Messina


Italia Nostra, rispettato ente per la tutela paesaggistica, si è schierata fortemente contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, tra l'altro ha promosso una petizione a tal proposito, puntando su questi motivi:

- il Ponte non serve alla Sicilia e al sistema dei trasporti del Mezzogiorno.
Lo Stretto di Messina non è certo il collo di bottiglia dei trasporti tra la Sicilia e la Penisola. Perché in Sicilia solo metà delle tratte ferroviarie sono elettrificate e solo 105 chilometri risultano a doppio binario. Perché tra Calabria e Sicilia la rete stradale è ancora oggi insicura e inadeguata.

- I costi per la realizzazione dell'opera saranno a carico dello Stato e verranno sottratti ad opere ben più necessarie e urgenti.
Non esistono possibilità che l'opera venga finanziata integralmente dai privati. La prospettiva è che sia lo Stato a garantire l’80% dei 5 miliardi di Euro necessari per la realizzazione del Ponte, accollandosi i rischi dell’operazione finanziaria e anticipando buona parte dell’investimento pur in presenza di una concessione di durata quasi secolare.

- Non esiste ancora chiarezza sul progetto.
Tutti gli studi elaborati finora hanno lasciato irrisolti i principali problemi d'impatto ambientale e territoriale dell’opera. In particolare, permangono molti dubbi sulla tenuta statica e sulla sicurezza del Ponte, che dovrebbe essere costruito in una delle aree più a rischio sismico del Mediterraneo. E la procedura accelerata prevista dal Governo sul progetto preliminare, non consente un serio approfondimento sugli aspetti costruttivi ancora irrisolti e sulle infrastrutture di collegamento.

- Il ponte non serve all'occupazione.
I cantieri darebbero vita solo un'occupazione per un tempo limitato ad alcune migliaia di persone, facendo perdere definitivamente il lavoro ai marittimi che garantiscono i collegamenti dei traghetti. Inoltre i Governo sa bene che, a parità d'investimento, la realizzazione di nuove infrastrutture porta meno occupazione della manutenzione e dell'ammodernamento delle infrastrutture esistenti.

articolo tratto da www.italianostra.org

lunedì 24 febbraio 2003

Caccia in Italia, un massacro insostenibile


In Italia - tra mammiferi, insetti, uccelli, pesci, rettili, ecc. - esistono quasi 58.000 specie di animali. E questo numero è destinato naturalmente a crescere con il proseguire delle ricerche faunistiche, sempre che la mano distruttiva dell'uomo gliene dia il tempo… Le minacce a tale magnifico patrimonio di vita e biodiversità hanno una comune origine, la pretesa umana di assoggettare la Natura alle proprie esigenze, ma diverse manifestazioni: dall'uccisione per l'alimentazione, al commercio, alla distruzione degli habitat naturali, all'inquinamento, alla caccia, alla pesca, all'antropizzazione dell'ambiente. Il diritto alla vita non è attualmente riconosciuto a nessuna di queste migliaia di specie che vivono con noi, in quanto la fauna è considerata una "risorsa" da sfruttare per le utilità umane. Nemmeno nelle zone protette (Parchi, riserve e simili) gli animali e la natura sono liberi di evolversi. Tutto, infatti, deve passare attraverso quell'arrogante visione antropocentrica con cui si "legittima" ogni abuso dell'uomo sugli altri esseri viventi. In questo contesto, la LAV è da sempre impegnata in prima fila per far crescere nell'opinione pubblica la consapevolezza della possibilità di un'alternativa non violenta nei rapporti uomo/altri animali, nonché per contrastare atti, pratiche e consuetudini che calpestano il diritto alla vita degli animali selvatici.

Una guerra contro gli animali

Ogni anno oltre 100 milioni di animali, sono vittime di una guerra condotta, per un periodo inferiore a cinque mesi, da un esercito di circa 900 mila cacciatori italiani. Allodole, conigli, cinghiali, volpi, lepri, anatre, caprioli, merli, colombacci, cervi, pernici e tante altre specie, inseguiti, terrorizzati dagli spari, addentati dai cani, attirati con i richiami vivi (uccelli usati come esche), braccati dai cacciatoti nei campi o uccisi dagli stessi nascosti negli appostamenti, finiscono agonizzanti sotto i colpi di potenti fucili automatici. Molti, i più “fortunati”, muoiono quasi subito trafitti da una scarica di pallini; altri rimangono solo feriti e vanno a morire tra atroci sofferenze in luoghi nascosti. Questo è ciò che accade nei nostri boschi e campagne, da settembre a gennaio; una vera e propria strage compiuta da chi, per mero divertimento, imbraccia un fucile e distrugge la vita.

I cacciatori amanti della natura?

I cacciatori, pur di difendersi, sostengono di essere loro i veri amanti della natura e che la vera causa della morte degli animali è l’inquinamento, l’uso dei pesticidi, la cementificazione...
Ma, allora, perché non fermare la caccia per salvare la fauna superstite? In realtà la caccia, oltre che un’attività immorale ed eticamente inaccettabile, è il principale e più efferato autore della distruzione della fauna e la fonte di moltissimi danni: provoca l’estinzione generale o locale di alcune specie o la rarefazione di altre, altera gli equilibri ecologici naturali, aiuta a diffondere malattie, causa il saturnismo (avvelenamento da piombo degli uccelli che ingeriscono i pallini) e gravi sofferenze agli animali feriti, ed è occasione di delitti e incidenti con perdite anche di vite umane. La caccia, oggi, è un’attività che non ha più alcun motivo di esistere, uno “sport” (dove il vincitore è sempre lo stesso...) sanguinario e barbaro. Dietro la caccia si sono formati enormi interessi economici. Nonostante il numero dei cacciatori sia diminuito negli ultimi anni, il giro d’affari annuo è di oltre 3.300 miliardi di lire. Molte associazioni venatorie percepiscono fondi pubblici erogati dallo Stato ai sensi della attuale legge sulla caccia. Sono questi i veri motivi di una difesa tanto agguerrita della caccia! Ecco perché il Parlamento, le Regioni e le Amministrazioni locali sono così sensibili alle richieste dell’elettorato venatorio.

Bilancio annuale stagione venatoria

5 mesi di piombo, tanto dura la stagione venatoria in Italia. La LAV ha deciso di elaborare un "Rapporto" alla fine di ogni stagione venatoria per denunciare la realtà della caccia nel nostro Paese: un fenomeno pesantissimo per la fauna e l'ambiente, che sopravvive solo grazie alla volontà politica degli amministratori di Regioni e Province che, pur di accaparrarsi il bacino di consensi rappresentato dalle 800mila doppiette, calpesta e sfida la legalità pur di consentire a questo esercito di continuare indisturbato a seminare morte e sangue nelle nostre campagne.
Nel bilancio della LAV, inoltre, verranno presentati i fatti più gravi che hanno riguardato la caccia nella stagione venatoria 2001/2002: spesso veri e propri episodi di criminalità che denunciano i forti interessi economici legati al mondo della caccia; in altri casi le pesanti accuse dell'Unione Europea nei confronti della liberalizzazione selvaggia della caccia in Italia, oppure le tante battaglie legali condotte dalla LAV per fermare ulteriori massacri di animali.

Bocconi avvelenati

A proposito di minacce alla fauna selvatica (e non) nel nostro Paese, da tempo si registra una crescente attenzione verso la piaga dei bocconi avvelenati che rappresentano una vera e propria emergenza ambientale, sanitaria, sociale e di sicurezza pubblica.
Periodicamente, infatti, viene data notizia di avvelenamenti di decine di animali sia domestici (cani e gatti padronali), sia randagi, sia selvatici (soprattutto volpi, ma anche tassi, faine, lupi, ecc.). Il fenomeno sembra non avere mai fine e, anzi, diviene sempre più pericoloso e diffuso sul territorio, grazie ad un clima di omertà che impedisce in tutti i casi finora registrati di individuare il benché minimo indizio circa i responsabili della criminale attività.
La diffusa presenza di bocconi avvelenati è strettamente legata, come ormai noto ed assodato anche dalla Magistratura, al mondo venatorio (lotta ai "nocivi" (volpi e corvidi) che predano selvaggina da ripopolamento; eliminazione di cani e gatti, anche non randagi, che "disturbano" l'attività venatoria; faide tra fazioni avverse di cacciatori locali e forestieri, ripicche, ecc.). Per questo la LAV ha sempre sostenuto come una delle misure che necessariamente deve essere presa dalle competenti Autorità sia quella di far decadere ogni interesse venatorio, in senso lato, sul territorio oggetto di campagne di avvelenamento: oltre che l'inibizione per un congruo numero di anni dell'esercizio della caccia, si dovrà vietare anche l'addestramento dei cani, attività di ripopolamento e cattura o altro ancora.



articolo tratto da www.unhappyanimal.org
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sabato 15 febbraio 2003

Giornata mondiale per la pace


«Siamo tre milioni contro la guerra»
Gli organizzatori: a Roma la più grande manifestazione pacifista mai avvenuta in Italia. La Questura: 650 mila i partecipanti
ROMA - Centinaia di migliaia di persone, secondo gli organizzatori tre milioni, hanno invaso le strade del centro di Roma con le bandiere arcobaleno della pace, in una grande manifestazione accompagnata da musica per dire no alla guerra all'Iraq "senza se e senza ma".

LA PIU' GRANDE - "Siamo oltre tre milioni, è la più grande manifestazione pacifista mai avvenuta in Italia", ha detto nel pomeriggio un'organizzatrice del Forum sociale europeo, Andreina Albano, mentre fiumane di gente convergevano verso piazza san Giovanni, dove diversi oratori si alternano su un palco per esporre le ragioni contrarie al conflitto contro il regime di Saddam Hussein. La questura sostiene che troppi manifestanti hanno sfilato fuori dall'alveo del corteo principale e che è quindi difficile fornire una cifra, ma stima comunque che i partecipanti siano stati 650 mila.

IL PERCORSO - Lungo una decina di chilometri, il percorso concordato non è riuscito a contenere tutti i partecipanti che hanno invaso in decine di rivoli il centro della capitale. La testa ufficiale del corteo è partita poco prima di mezzogiorno in viale Aventino dietro lo striscione che dice: "No alla guerra senza se e senza ma. Fermiamo la guerra all'Iraq".

I TRENI - Tante le famiglie con bambini che hanno sfilato oggi per le vie di Roma, molti i militanti di gruppi cattolici di base. "Era da tanto che volevo venire, la guerra è la cosa più brutta", dice Veronica, otto anni, venuta da Perugia, che cammina tenendo per mano altri tre bambini. "Tantissime sono anche le persone che hanno aderito individualmente. Famiglie, condomini interi, centinaia di gruppi di cittadini di ogni provincia d'Italia che ci danno il senso di come l'opposizione alla guerra all'Iraq rispecchi un sentire diffuso e generale nel paese", aggiunge la Albano del Forum sociale europeo. Sul fronte della sicurezza, la Questura di Roma ha fatto sapere che sono mobilitati oltre 5.000 agenti attorno ad una manifestazione che si sta svolgendo senza incidenti. A Roma sono arrivati, dicono gli organizzatori, almeno 27 treni speciali e migliaia di pullman da tutt'Italia, oltre a coloro che hanno viaggiato fin da ieri notte con mezzi propri. I manifestanti hanno sfilano accanto al Campidoglio, toccato
piazza Venezia, via Nazionale, piazza della Repubblica, Santa Maria Maggiore, via Merulana, e raggiunto infine san Giovanni, approdo tradizionale delle grandi manifestazioni a Roma e anche sede del mega-concerto del Primo Maggio.

articolo tratto da www.corriere.it

venerdì 14 febbraio 2003

Earth Policy: L'aumento della popolazione affama il Pianeta


I dati allarmanti dell’ultimo rapporto dell’Earth Policy: aumenta la popolazione (oltre sei miliardi) e continua a diminuire la superficie di terreno coltivabile disponibile per ogni abitante del Pianeta.
A causa dell'aumento della popolazione - da 2,5 miliardi nel 1950 a oltre 6 miliardi nel 2000 - l'area di terreno coltivabile disponibile per ogni abitante del Pianeta si è ridotta da 0.23 a 0.11 ettari per persona, una superficie pari alla metà di un quartiere della periferia americana. Nel 2000 la superficie di terreno coltivabile – che era di 732 milioni di ettari nel 1981- è scesa a 656 milioni di ettari. Lo denuncia l’ultimo rapporto dell’Earth Policy, l’Istituto americano di studi e ricerche sullo sviluppo sostenibile e l'eco-economia diretto da Lester Brown.
Metà dell'incremento della popolazione nel mondo, 77 milioni di persone all'anno, si registra in soli sei paesi: India, Cina, Pakistan, Nigeria, Bangladesh e Indonesia. Ciascuna di queste nazioni deve far fronte a una notevole diminuzione di produzione di grano procapite, rischiando così in futuro una preoccupante dipendenza dalle importazioni.
Nei prossimi cinquanta anni, la maggior parte dei 3 miliardi di persone che si andranno ad aggiungere alla popolazione mondiale, nasceranno in zone dove le risorse alimentari scarseggiano. Con la maggior parte del terreno arabile del Pianeta ormai ipersfruttato e con il resto che viene asfaltato e utilizzato nell'edilizia, c'è poca probabilità che la superficie coltivabile nel mondo possa aumentare.

sabato 1 febbraio 2003

Tragedia al rientro dello shuttle Columbia


WASHINGTON - La navetta spaziale Columbia si è disintegrata in volo. Un'esplosione di cui ancora non si conoscono le cause nella fase del rientro. A bordo c'erano sette astronauti. Il primo comunicato della Nasa è: "Forse abbiamo perso navetta ed equipaggio". Poi, un lungo silenzio, mentre le immagini tv mostrano al mondo il passaggio della Columbia su Dallas, Texas: una serie di scie luminose nel cielo che testimoniano il disastro. La navetta si è spezzata. Solo dopo quattro ore, la Nasa conferma tutto con una conferenza stampa al Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida. "Oggi è un giorno tragico per la nostra famiglia - dice l'amministratore Sean O'Keefe - per le famiglie degli astronauti e per la nazione". "Non sembra" che ci siano superstiti, ma una dichiarazione ufficiale sulla morte dei sette astronauti è prevedibile solo quando saranno stati ritrovati il relitto della navetta e i resti dell'equipaggio. O'Keefe, voce spezzata, volto affranto, ammette che non si conoscono le cause. "Lo Shuttle - dice - si è disintegrato in volo". In seguito Ron Dittemore, direttore del programma, annuncia che nessuna navetta partirà fino a quando non saranno state chiarite le cause della tragedia. E rende noto che le prime indicazioni di problemi sul Columbia sono state la perdita dei sensori di temperatura nel sistema idraulico dell'ala sinistra, la perdita dei sensori di pressione dei pneumatici e indici di eccessiva temperatura esterna. Significativa l'indicazione dell'ala sinistra: al decollo, il 16 gennaio, un pezzo si era staccato dal velivolo e, cadendo, aveva colpito proprio quella parte. Dittemore dice di non potere escludere che ci sia un nesso, anche se l'effetto dell'incidente, dopo le verifiche, era stato giudicato "accettabile". Sarebbero andate perdute anche alcune piastrelle dello scudo termico, ma questo è un fatto non insolito. Al termine di una giornata drammatica, il presidente Bush rivolge alla nazione un messaggio che va persino oltre la Nasa nella certezza della perdita di sette vite umane: "Il Columbia è perduto, non ci sono sopravvissuti. Non ci resta che pregare per loro anime". Poi aggiunge: "Il nostro viaggio nello spazio continuerà". Ora tocca agli esperti capire che cosa è successo. Una cosa sembra certa: non si è trattato di un attentato. "Non ci sono indicazioni che l'incidente sia stato causato da qualcosa o qualcuno a terra", dice O'Keefe e precisa che le squadre di investigatori sono al lavoro e tengono i responsabili della Nasa costantemente informati. Anche la Casa Bianca esclude l'ipotesi di un attacco terroristico: un funzionario l'ha definita "altamente improbabile" visto che la Columbia era troppo in alto per essere colpito da terra.
Lo Shuttle, con a bordo i sette astronauti - fra cui il primo israeliano in orbita, Ilan Ramon e due donne - al comando del responsabile della missione, Rick Husband, doveva tornare sulla Terra alle 09,16 locali (le 15,16 in Italia). I contatti sono stati persi alle 15 italiane. In quel momento la navetta spaziale viaggiava alla velocità di 20.113 chilometri orari a un'altitudine di 60.210 metri. Quando ha perso i contatti con la navetta, la Nasa ha proclamato lo stato d'emergenza e ha inviato delle squadre di ricerca. Kykle Herring, portavoce della Nasa, ha assicurato che fino a quel momento non erano stati segnalati problemi: "Dobbiamo proprio tornare?" erano state le ultime parole dell'astronauta David Brown. Nelle ore di silenzio ufficiale, le emittenti americane hanno mandato in onda il momento in cui la scia bianca dello Shuttle si è divisa in diversi tronconi. Secondo quanto riferito da alcuni esperti, alla velocità a cui viaggiava la navetta (mach 6, cioé sei volte la velocità del suono) gli astronauti non avevano alcuna possibilità di abbandonare lo Shuttle. Dopo la notizia del ritrovamento in Texas di alcuni rottami, la Casa Bianca ha annunciato una riunione d'emergenza con i rappresentanti delle agenzie di sicurezza. E Bush ha deciso di rientrare da Camp David a Washington. L'agenzia spaziale americana ha portato i parenti degli astronauti in un locale protetto a Cape Canaveral. Intanto Israele sta seguendo col fiato sospeso il dramma della Columbia. Le fasi finali dell'atterraggio erano trasmesse in diretta da due reti televisive nazionali, quando è si è appreso che i contatti radio si erano bruscamente interrotti. Il governo israeliano ha trasferito in una località segreta i familiari di Ilan Ramon per tenerli lontani dai giornalisti.
La Columbia effettuò la sua prima missione nel 1981. E' il primo serio incidente che coinvolge uno Shuttle dal 28 gennaio 1986, quando il Challenger esplose al decollo da Cape Canaveral e i sette astronauti a bordo persero la vita. Qualche giorno fa, a bordo, l'equipaggio aveva ricordato con un minuto di raccoglimento le vittime di quella tragedia.


articolo tratto da www.repubblica.it

mercoledì 29 gennaio 2003

Disastro ecologico in Belgio, centinaia di uccelli morti


MIGLIAIA DI UCCELLI COLPITI IN BELGIO DAL COMBUSTIBILE FUORISCITO DALLA NAVE CARGO TRICOLOR, SPERONATA GIOVEDI SCORSO NEL CANALE DELLA MANICA. DOPO I NUOVI INCIDENTI IN MARE, LA LIPU CHIEDE MISURE URGENTI PER LA SICUREZZA

1.500 uccelli ricoverati, altri 220 già morti. Lo scontro del 24 gennaio scorso tra la nave Alphons Letzer e la Tricolor - la nave semiaffondata l'anno scorso nel canale della Manica con il suo carico di automobili di lusso - ha lasciato questa volta il segno: vittime 7 diverse specie di uccelli, colpiti dal combustile uscito dalla crepa creatasi nel serbatoio della nave. Dopo l'ennesimo incidente in Europa unitamente al grave episodio di ieri della nave Nicole affondata davanti alla costa del Conero, la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) chiede l'applicazione di misure che prevengano nuovi disastri ambientali.

170 tonnellate di combustile fuoriuscito dalla nave Tricolor, semiaffondata nel Dicembre scorso nel canale della Manica, hanno già ucciso davanti alla costa belga 220 uccelli e causato il ricovero di altri 1.500 in un centro di soccorso, il Vogelopvancentrum Oostende.
Le specie colpite sono l'Uria (che paga il tributo più alto), la Gazza Marina, l'Orchetto marino, il Pulcinella di mare, lo Svasso maggiore, il Tuffetto, il Gabbiano tridattilo e la Sula. Il combustile è fuoriuscito dopo lo scontro di venerdì 24 Gennaio tra la Tricolor e la nave.Alphons Letzer.
<<Questo ennesimo episodio - afferma la LIPU - unitamente al recentissimo affondamento della nave ucraina al largo del Conero, rendono necessari nuovi e urgenti provvedimenti, in Europa come in Italia. La messa al bando della navi a scafo singolo deve essere anticipata rispetto a quanto deciso dalla Commissione europea e inoltre occorre introdurre l'obbligo per gli armatori di risarcire i danni ambientali causati dalla fuoriuscita di carburante dalle navi. Occorre agire con estrema urgenza, prima che nuovi incidenti provochino catastrofi ambientali>>

articolo tratto da www.lipu.it

lunedì 27 gennaio 2003

Giornata della Memoria 2003


Corriere.it 27.1.2003 - Shoah, Olocausto, genocidio. Tre parole terribili che conservano il senso dell'indicibile tragedia degli ebrei d'Europa. Spazzati via durante la Seconda guerra mondiale dalla agghiacciante volontà nazista di «fare piazza pulita», una volta per tutte dell'«odiosa razza ebraica». Un progetto folle ma spaventosamente lucido e ben organizzato. Che ha portato nelle camere a gas sei milioni di esseri umani: uomini, donne, bambini. «Colpevoli» di essere quello che erano: ebrei. Il 27 gennaio, data in cui i sovietici liberarono il campo di concentramento di Auschwitz (l'odierna Oswiecim, in Polonia), è da tre anni il Giorno della Memoria. Una giornata dedicata al ricordo di quello che fu «perché non accada mai più»: il massacro di un popolo intero (cui dobbiamo aggiungere gli zingari, gli omosessuali, gli handicappati, gli oppositori politici che i nazisti eliminarono a migliaia nei lager).

INIZIATIVE - Ecco dunque che in tutta Italia, manifestazioni, mostre, dibattiti, opere teatrali, proiezioni di film e documentari si moltiplicano. Per dar modo alle giovani generazioni di conoscere quello che è stato. Di capire e, se possibile, assimilare l'imperativo «mai più». Un risultato possibile? «Sì - risponde il professor Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - le iniziative collegate al Giorno della Memoria sono ogni anno di più. E' una cosa positiva, senza alcun dubbio. Soprattutto in un momento storico come il nostro, con antichi fantasmi che sembrano emergere dalle parti più oscure della storia: l'antisemitismo, per esempio, tutt'altro che domo o sconfitto per sempre».
Per maggiori informazioni sulle iniziative nella Giornata della Memoria 2003: http://www.deportati.it/fmenu.htm

sabato 18 gennaio 2003

Il Pentagono progetta guerra per trent'anni


Aspettiamoci che l'attuale emergenza militare internazionale, con focolai di guerra sparsi ai quattro angoli del mondo, continui ancora per molti, moltissimi anni. Lo afferma un piano riservato degli Stati Uniti nel quale si sostiene che durerà almeno venti anni, ma più probabilmente trenta, la guerra che gli Stati Uniti hanno lanciato contro il terrorismo internazionale dopo gli attentati dell'11 Settembre 2001. Del documento, che delinea le linee guida della strategia militare degli Stati Uniti nei prossimi anni, ne dà notizia il quotidiano New York Times.
Il National Military Strategic Plan for the War on Terrorism, un documento classificato di circa 150 pagine redatto dagli Stati maggiori ma approvato anche dal ministro della difesa statunitense, si articola in tre punti e mira non solo a smantellare le multinazionali del terrore come al Qaida - l'organizzazione del miliardario saudita Osama bin Laden a cui vengono tra l'altro attribuiti gli attacchi dell'11 settembre- ma anche a spingere i paesi finanziatori del terrorismo a cambiare politica.
Tra questi, vengono in particolare citati l'Iran e la Siria, accusati di finanziare organizzazioni come gli Hezbollah, particolarmente attiva in Israele e in Libano. Il primo punto del piano sottolinea la necessità di neutralizzare la minaccia più immediata, cioè al Qaida. Il secondo punto prevede una campagna di più ampio respiro, con pressioni, di tutti i tipi, sui paesi che finanziano il terrorismo internazionale. Il terzo punto, secondo il quotidiano statunitense, ha come obiettivo di costruire un ambiente internazionale sicuro e senza terrorismo, su tutto il pianeta: attraverso azioni di contro-propaganda e di smantellamento dei circuiti di finanziamento del terrore internazionale, come il traffico di stupefacenti o anche la prostituzione.

tratto da www.disinformazione.it

sabato 11 gennaio 2003

La Corea del Nord si ritira dal patto antinucleare e riprende i test missilistici


Corriere.it - 10.1.2003 - La Corea del Nord si ritira dal patto antinucleare.

TOKYO - La Corea del Nord annuncia di ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare e il presidente americano George W.Bush si fa sentire: «La decisione della Corea del Nord - dice - è una preoccupazione per il mondo intero». Di generica preoccupazione si era parlato già nelle scorse ore: Bush e il presidente cinese Jiang Zemin condividono le preoccupazioni sulla decisione nord coreana aveva fatto sapere in mattinata la Nhk, la televisione pubblica giapponese, riportando un dispaccio della Kcna, l'agenzia ufficiale nordcoreana. Il dispaccio sottolinea che «la Corea del Nord ha annunciato la sua totale libertà dagli obblighi stringenti dell'accordo relativo all'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea)».
LA REPLICA - Non si sono fatte attendere a lungo le reazioni nordcoreane alle parole di Bush: per l'ambasciatore nordcoreano all'Onu Pak Kil-Yon la volontà americana di trovare un accordo per via diplomatica non è sincera. Inoltre l'ambasciatore nordcoreano ha anche minacciato le Nazioni Unite: «Ogni eventuale futura sanzione decisa dal Consiglio di sicurezza dell'Onu sarà considerata un atto di guerra» ha dicharato Pak Kil-Yon.
«POLITICA OSTILE DEGLI USA» - In precedenza la Kcna aveva indicato come causa della decisione «la grave situazione attuale, dove la sovranità della nazione coreana e la sicurezza della Corea del Nord sono seriamente violati dall'ostile e viziosa politica degli Usa».
NON SARANNO RIAMMESSI GLI ISPETTORI - L'agenzia nordcoreana aveva sottolineato che il regime di Pyongyang rigettava la risoluzione approvata il 6 gennaio scorso dall'Aiea, che chiedeva alla Corea del Nord di riammettere i suoi ispettori, espulsi nei giorni precedenti. La dura presa di posizione di Pyongyang era arrivata dopo che nei giorni scorsi gli Usa si erano detti disponibili a riprendere il dialogo con il Paese comunista e dopo che le autorità di Seul avevano annunciato la disponibilità dei nordcoreani a incontri bilaterali ad alto livello a partire dal prossimo 21 gennaio.
FRANCIA: «SERVE UNA MOBILITAZIONE GENERALE» - Immediate reazioni di Francia e Giappone alla decisione della Corea del Nord di abbandonare il trattato antinucleare. Il ministro degli Affari esteri francese De Villepin ha definito la decisione «grave e pesante di conseguenze», sottolineando che è necessaria una mobilitazione internazionale urgente.
Anche il ministro degli Esteri giapponese, Takashima ha espresso preoccupazione e ha invitato Pyongyang a ritornare sui suoi passi.

Corriere.it - 11.1.2003 - La Corea del Nord riprende i test missilistici.

PECHINO - La Corea del Nord potrebbe porre fine alla moratoria sui test missilistici ora che gli Stati Uniti hanno «reso non validi tutti i loro accordi» con Pyongyang. Lo ha detto l'ambasciatore della Corea del nord in Cina. «Decidemmo di sospendere i test missilistici presumendo che il dialogo tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti sarebbe continuato», ha detto l'ambasciatore Choe Jin-su in una conferenza stampa. Choe, le cui dichiarazioni venivano rese da un traduttore, ha aggiunto: «Tuttavia la moratoria dei nostri test non farà eccezione ora che gli Stati Uniti hanno reso non validi tutti gli accordi conclusi tra gli Usa e la Repubblica democratica e popolare di Corea». Commentando la dichiarazione dell'ambasciatore al termine della conferenza stampa un consigliere dell'ambasciata ha detto che «la moratoria è finita. Possiamo sparare» missili. Nel 1998 Pyongyang aveva sparato un missile balistico a lungo raggio in direzione del Giappone. L'anno successivo aveva annunciato una auto-imposta moratoria sul lancio di missili a titolo sperimentale fino all'inizio di quest'anno. La Corea del Nord ha annunciato venerdì il suo ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare.