sabato 29 marzo 2003

Guerra in Iraq - Non si contano più le vittime


Non si contano più le vittime civili. Adesso si spara su tutto ciò che si muove. Kamikaze a Najaf uccide 5 soldati americani. Tra accelerazioni e colpi di freno le truppe si interrogano. Si apre il problema siriano mentre altri soldati alleati cadono nelle mani della resistenza.

Adesso parlano i missili che colpiscono in maniera subdola e non più 'intelligente'. Si apre una nuova fase del conflitto, quella delle polemiche. La fisarmonica della linea angloamericana rispecchia la profonda spaccatura che si sta consumando ai vertici del Pentagono tra chi vorrebbe l'ennesima accelerazione per chiudere la partita al più presto e chi, sul campo, chiede di cambiare atteggiamento e sopratutto equipaggiamento.

In nottata si è parlato di pausa dell'avanzata ma la notizia viene subito smetita: "si tratta solo di definire lo spazio di battaglia, di definire il campo di battaglia, di consentire alle truppe di essere equipaggiate con tutto il necessario per la prossima fase della campagna", ha dichiarato alla Sky News il portavoce delle forze britanniche.

"Non la chiamerei necessariamente una pausa", ha puntualizzato. A Washington, un funzionario del Pentagono è stato ancor più perentorio. "Non c'è nulla che faccia pensare che abbiamo intenzione di starcene fermi per un periodo da quattro a sei giorni e di non fare nulla", ha affermato.

Insomma si avanza ma con maggiore timore rispetto ai primi giorni. Nella palude dell'Eufrate città come Bassora o Umm Qasr non sono ancora totalmente sotto il controllo americano.

La Cia cerca di penetrare dietro le linee nemiche. Agenti del servizio americano si sarebbero infiltrati in numerose città irachene con l'obiettivo di eliminare fisicamente i dirigenti maggiormente vicini a Saddam Hussein. Notizia di questo tipo rimabalzano dagli Usa (fonte Washington Post) mentre non si sa ancora se Saddam sia in grado di utilizzare armi proibite.

Gli Stati Uniti, poi, devono risolvere altri nodi. Quello siriano è il primo, se è vera la notizia di armi e uomini fatti transitare attraverso il confine con l'Iraq in aiuto del rais di Baghdad.

Il fronte si allarga e si allunga. Si aprono ampi varchi dentro i quali si annida la spinosa resistenza irachena. Un kamikaze si è lanciato a Najaf contro cinque soldati americani causando la morte di costoro. Intanto è stata smetita la notizia di altri soldati alleati fatti prigionieri nella notte di venerdì a Bassora nel corso di un'operazione di controffensiva.

A Najaf un kamikaze uccide quattro marines.

NAJAF (Iraq) - Quattro soldati americani sono morti a Najaf in un attentato compiuto da un kamikaze iracheno. In un primo momento sembrava che le vittime fossero cinque. Secondo alcune testimonianze, un taxi si è fermato a un posto di blocco americano lungo l'autostrada 9, a nord di Najaf. Il guidatore ha agitato le braccia per chiedere soccorso. Quando i soldati della prima brigata della terza divisione di fanteria si sono avvicinati, il taxi è esploso uccidendoli. Secondo al-Jazeera l'attacco suicida è stato portato a termine dai fedayn di Saddam.


Liberati i sette giornalisti italiani

"Ci hanno trattato molto bene, anche se la cosa che ci ha colpito di più è stata renderci conto che Bassora è una città in mano agli iracheni. Non abbiamo visto in giro l'ombra di un soldato americano o britannico".

Questa la testimonianza di Ezio Pasero, uno dei sette giornalisti italiani fermati ieri dagli iracheni a un posto di blocco alla periferia di Baghdad. Il racconto di Pasero getta un’ombra sul presunto controllo della città da parte delle truppe alleate.

Non più di una settimana fa il Comando militare americano in Qatar aveva annunciato una presa trionfale della seconda più importante città irachena.

Il gruppo di reporter è stato liberato nel corso della mattinata. L'inviato del Corriere della Sera Francesco Battistini è stato il primo a telefonato in redazione da Baghdad.

Gli inviati non hanno subito alcun maltrattamento, sono tutti in "ottime condizioni" e sono all'hotel Palestine a Baghdad, come ha riferito al vice direttore del Corriere Paolo Ermini. Battistini - ha riferito Ermini - parlava "con voce tranquilla e serena e ha detto che il loro trasferimento e' avvenuto nel corso della notte sotto la scorta di quattro militari iracheni armati". L’inviato chiamava a nome del gruppo.

Dal Corriere sono dunque  partite  le telefonate alle redazioni degli altri sei inviati, Ezio Pasero del Messaggero, Vittorio Dell'Uva del Mattino, Toni Fontana dell'Unita', Leonardo Maisano del Sole 24 Ore, Lorenzo Bianchi del gruppo Riffeser (Il Giorno, Il Resto del Carlino e Nazione), Luciano Gulli del Giornale.

Secondo quanto riferito dall’ambasciatore iracheno a Mosca, le autorita' di Baghdad non intendono espellere i sette giornalisti. Ha precisato, anzi, che intendono dare loro l'accredito affinche' restino a Baghdad a testimoniare la guerra mossa dagli angloaemricani contro l'Iraq.



articolo tratto da www.rai.it

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